Dopo le solennità che hanno accompagnato la ripresa del tempo ordinario, il vangelo di Matteo ci narrano la vita pubblica di Gesù. È un testo piuttosto noto e che – nel suo incipit – pare cadere proprio nel momento giusto dell’anno, quando tutti e tutte ci sentiamo un po’ «stanche e sfinite», non solo perché sta finendo un altro anno sociale, ma anche per tutti gli avvenimenti tristi che stanno capitando nel nostro mondo. Il problema segnalato da Gesù – già duemila anni fa – è che «La messe è abbondante, ma sono pochi gli operai!»: c’è molto da fare, ma pochi/e sono quelli/e che si stanno dando da fare. Per chi è stato cresciuto in ambienti cattolici, a questa frase (immediatamente e involontariamente) viene attribuito un significato più specifico: “mancano preti” … ma non dobbiamo farci schiacciare in questa lettura riduzionista: in questo mondo, così angustiato da guerre, miserie, solitudini, c’è tanto da fare e c’è bisogno di tutti/e. Non voglio, però, lasciarmi distrarre...
La fuga in Egitto del bambino Gesù e della sua famiglia, a causa della persecuzione ordita da Erode (Mt 2,13ss), è raccontata nella parte iniziale del Vangelo di Matteo, chiamata comunemente “Vangelo dell’infanzia” (Mt 1-2, che presenta varie analogie con quella corrispondente in Lc 1-2). Il fatto prende l’avvio da un avvertimento provvidenziale che Giuseppe riceve in sogno.La narrazione ci informa poi che la Santa Famiglia rimase in Egitto fino alla morte di Erode: da quest’unico particolare non si può quantificare con esattezza la durata di quell’esilio (potremmo conoscere tutt’al più il termine, dal momento che Erode I morì nel 4 a.C.).
L’Egitto rappresentava il luogo di rifugio più immediato per coloro che scappavano dalla tirannia del re di Giudea. La tradizione dell’Egitto come luogo di asilo con tutta probabilità ha influenzato il racconto di Matteo, che ha delle affinità con il genere letterario della persecuzione contro un giusto da parte di un re malvagio; gli esempi più conosciuti sono quelli di Mosè (Es 2,15) e Davide (1Sam 19,8-10; 23,19-28).
Il nostro racconto ricalca da vicino due episodi del popolo di Israele: la discesa di Giacobbe in Egitto al tempo della carestia di Canaan, dopo che Giuseppe si era rivelato ai fratelli (Gen 46); e soprattutto l’esodo stesso dei figli di Israele dopo l’intervento di Dio contro l’Egitto (Es 13,17-22). Anche Gesù scende in Egitto con suo padre e da lì viene via per realizzare il piano salvifico di Dio. Se si pone attenzione alla costruzione che Matteo fa dei racconti dell’infanzia si nota facilmente come alcune citazioni dell’Antico Testamento forniscono quasi l’impalcatura delle scene, con il chiaro intento di dimostrare che Gesù è il Figlio di Dio e che in lui si adempiono le antiche Scritture (sono le cosiddette “formule di compimento”).
Così il racconto della fuga in Egitto è accompagnato dalla citazione di Os 11,1: «Quando Israele era giovinetto io l’ho amato e dall’Egitto ho chiamato mio figlio»; Osea si riferisce all’evento dell’esodo biblico che ha reso figlio di Dio il popolo d’Israele. Matteo cita il profeta nella versione ebraica che identifica Israele (realtà comunitaria) come un figlio (realtà singola) e applica questo testo a Gesù, il Figlio unico.
Gli studiosi sono concordi nel ritenere che tale rilettura della Scrittura compiuta da Matteo nei racconti dell’infanzia, rispecchi da vicino il metodo midrashico dei maestri ebrei. L’intento non è dunque primariamente storico-cronachistico, ma teologico.
Matteo, riportando alcuni elementi storici dell’infanzia di Gesù, compone un “midrash(1) cristiano”. Applicando cioè questo metodo interpretativo, egli (e con lui i primi cristiani) rilegge le antiche Scritture per dire che Gesù è un nuovo Mosè, è un nuovo legislatore, è una nuova guida per il popolo di Dio.
Si tratta di una delle intuizioni cristiane più grandi: vedere la storia di Israele come anticipatrice della vicenda di Gesù, per cui tutto ciò che riguarda la vita di Gesù trova il suo sfondo nella storia d’Israele.

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