Oggi, Solennità della Santissima Trinità, il Vangelo è tratto dal dialogo di Gesù con Nicodemo (cfr Gv 3,16-18). Nicodemo era un membro del Sinedrio, appassionato del mistero di Dio: riconosce in Gesù un maestro divino e di nascosto, di notte, va a parlare con Lui. Gesù lo ascolta, capisce che è un uomo in ricerca e allora prima lo stupisce, rispondendogli che per entrare nel Regno di Dio bisogna rinascere; poi gli svela il cuore del mistero dicendo che Dio ha amato così tanto l’umanità da mandare il suo Figlio nel mondo. Gesù, dunque, il Figlio, ci parla del Padre e del suo amore immenso. Padre e Figlio. È un’immagine familiare che, se ci pensiamo, scardina il nostro immaginario su Dio. La parola stessa “Dio”, infatti, ci suggerisce una realtà singolare, maestosa e distante, mentre sentir parlare di un Padre e di un Figlio ci riporta a casa. Sì, possiamo pensare Dio così, attraverso l’immagine di una famiglia riunita a tavola, dove si condivide la vita...
La fuga in Egitto del bambino Gesù e della sua famiglia, a causa della persecuzione ordita da Erode (Mt 2,13ss), è raccontata nella parte iniziale del Vangelo di Matteo, chiamata comunemente “Vangelo dell’infanzia” (Mt 1-2, che presenta varie analogie con quella corrispondente in Lc 1-2). Il fatto prende l’avvio da un avvertimento provvidenziale che Giuseppe riceve in sogno.La narrazione ci informa poi che la Santa Famiglia rimase in Egitto fino alla morte di Erode: da quest’unico particolare non si può quantificare con esattezza la durata di quell’esilio (potremmo conoscere tutt’al più il termine, dal momento che Erode I morì nel 4 a.C.).
L’Egitto rappresentava il luogo di rifugio più immediato per coloro che scappavano dalla tirannia del re di Giudea. La tradizione dell’Egitto come luogo di asilo con tutta probabilità ha influenzato il racconto di Matteo, che ha delle affinità con il genere letterario della persecuzione contro un giusto da parte di un re malvagio; gli esempi più conosciuti sono quelli di Mosè (Es 2,15) e Davide (1Sam 19,8-10; 23,19-28).
Il nostro racconto ricalca da vicino due episodi del popolo di Israele: la discesa di Giacobbe in Egitto al tempo della carestia di Canaan, dopo che Giuseppe si era rivelato ai fratelli (Gen 46); e soprattutto l’esodo stesso dei figli di Israele dopo l’intervento di Dio contro l’Egitto (Es 13,17-22). Anche Gesù scende in Egitto con suo padre e da lì viene via per realizzare il piano salvifico di Dio. Se si pone attenzione alla costruzione che Matteo fa dei racconti dell’infanzia si nota facilmente come alcune citazioni dell’Antico Testamento forniscono quasi l’impalcatura delle scene, con il chiaro intento di dimostrare che Gesù è il Figlio di Dio e che in lui si adempiono le antiche Scritture (sono le cosiddette “formule di compimento”).
Così il racconto della fuga in Egitto è accompagnato dalla citazione di Os 11,1: «Quando Israele era giovinetto io l’ho amato e dall’Egitto ho chiamato mio figlio»; Osea si riferisce all’evento dell’esodo biblico che ha reso figlio di Dio il popolo d’Israele. Matteo cita il profeta nella versione ebraica che identifica Israele (realtà comunitaria) come un figlio (realtà singola) e applica questo testo a Gesù, il Figlio unico.
Gli studiosi sono concordi nel ritenere che tale rilettura della Scrittura compiuta da Matteo nei racconti dell’infanzia, rispecchi da vicino il metodo midrashico dei maestri ebrei. L’intento non è dunque primariamente storico-cronachistico, ma teologico.
Matteo, riportando alcuni elementi storici dell’infanzia di Gesù, compone un “midrash(1) cristiano”. Applicando cioè questo metodo interpretativo, egli (e con lui i primi cristiani) rilegge le antiche Scritture per dire che Gesù è un nuovo Mosè, è un nuovo legislatore, è una nuova guida per il popolo di Dio.
Si tratta di una delle intuizioni cristiane più grandi: vedere la storia di Israele come anticipatrice della vicenda di Gesù, per cui tutto ciò che riguarda la vita di Gesù trova il suo sfondo nella storia d’Israele.

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