Dopo le solennità che hanno accompagnato la ripresa del tempo ordinario, il vangelo di Matteo ci narrano la vita pubblica di Gesù. È un testo piuttosto noto e che – nel suo incipit – pare cadere proprio nel momento giusto dell’anno, quando tutti e tutte ci sentiamo un po’ «stanche e sfinite», non solo perché sta finendo un altro anno sociale, ma anche per tutti gli avvenimenti tristi che stanno capitando nel nostro mondo. Il problema segnalato da Gesù – già duemila anni fa – è che «La messe è abbondante, ma sono pochi gli operai!»: c’è molto da fare, ma pochi/e sono quelli/e che si stanno dando da fare. Per chi è stato cresciuto in ambienti cattolici, a questa frase (immediatamente e involontariamente) viene attribuito un significato più specifico: “mancano preti” … ma non dobbiamo farci schiacciare in questa lettura riduzionista: in questo mondo, così angustiato da guerre, miserie, solitudini, c’è tanto da fare e c’è bisogno di tutti/e. Non voglio, però, lasciarmi distrarre...
Il Vangelo di Oggi : «Io sono voce di uno che grida nel deserto: Preparate la via del Signore, come disse il profeta Isaia» Giovanni 1,19-28
“«Chi sei tu?». Egli confessò e non negò, e confessò: «Io non sono il Cristo»”. Le parole di Giovanni Battista non sono parole che vanno interpretate in maniera moraleggiante. La sua non è una semplice dichiarazione di umiltà ma una vera e propria rivoluzione antropologica. La tentazione dell’uomo infatti è sempre quella di cadere in una sorta di delirio di onnipotenza. È il cosiddetto “credersi Dio” che molto spesso infesta la maggior parte di noi fino al punto da vivere con un “io” sproporzionato rispetto alla realtà e alla vita stessa. “Credersi Dio” ci fa vivere e fare delle scelte che molto spesso ci portano alla rovina e alla mortificazione della gente che ci sta accanto. Un’autentica vita spirituale ci riconsegna a noi stessi senza lasciarsi sedurre dall’idea di fondo che i nostri successi, le nostre capacità o al contrario le nostre ferite e i nostri errori, sono l’assoluto in cui rispecchiarci per dire chi siamo. Il Battista aveva un successo mediatico immenso ma non ha mai pensato che questo successo lo definisse come uomo. Egli dice di se «Io sono voce di uno che grida nel deserto: Preparate la via del Signore, come disse il profeta Isaia»; che è un po’ come dire “io non sono l’ultima parola, ne sono solo segno”. Se una madre, un padre, un figlio, un amico, un confratello, una qualsiasi persona si ricordasse di non essere in se stesso un fine, ma solo il segno di un fine più grande, vivrebbe ciò che fa, ordinandolo sempre a qualcosa di più grande del proprio io e delle proprie aspettative. Sentirsi un fine, sentirsi dio, significa voler far ruotare la vita degli altri attorno a noi e considerare lesa maestà quando questo non accade. In questo senso il Battista ci dà una lezione immensa, perché ci ricorda che ogni nostra relazione è solo un modo per preparare la strada a Qualcuno che è più grande di noi. E quando questo non avviene allora si può diventare l’impedimento all’esperienza di senso nella vita degli altri. A volte la gente è lontana da Dio solo perché ha avuto relazioni pessime nella propria vita.

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