Quanto vale Gerusalemme? È una domanda alla quale nessun economista potrebbe rispondere, perché il suo valore non si misura in denaro, in pietre preziose o in ricchezze terrene. Gerusalemme vale quanto la storia della salvezza, quanto le lacrime dei profeti, quanto la fede di milioni di uomini e donne che, da secoli, volgono il cuore verso la Città Santa. Per il cristiano, Gerusalemme è il luogo dove il Figlio di Dio ha percorso la Via Dolorosa, ha donato la sua vita sulla Croce ed è risorto glorioso, vincendo la morte. Ogni strada, ogni pietra, ogni santuario racconta un frammento del Vangelo. È una città che invita alla conversione e richiama il credente a guardare oltre il mondo materiale. Gerusalemme è anche la città dell'attesa messianica per il popolo ebraico e un luogo sacro per i musulmani. Questa straordinaria concentrazione di fede rende evidente quanto essa sia più di una semplice città: è un simbolo universale del desiderio dell'uomo di incontrare Dio. Eppure, nel c...
Nel primo giorno dell’anno, la Chiesa celebra la solennità della Madre di Dio, aurora della salvezza dell’umanità. Mentre segniamo con il calendario lo scorrere del tempo, celebriamo la “pienezza” del tempo, Gesù Cristo, «Dio da Dio, Luce da Luce, Dio vero da Dio vero, generato, non creato, della stessa sostanza del Padre». Generato dal Padre prima del tempo, fatto uomo nel tempo, perché noi «ricevessimo l’adozione a figli».
La natura umana è unita “ipostaticamente”, cioè senza confusione tra le due, alla natura divina nell’unica Persona del Figlio. Mistero incomprensibile per i superbi, donato dal Padre all’umile Vergine di Nàzaret. Maria, Madre di Gesù, è Madre di Dio. Ella ha accolto il mistero che abitava nell’umiltà e nell’obbedienza della fede, meditando e custodendo tutto nel suo cuore (Vangelo). Parole che fanno intuire sorpresa, gioia, fatica, interrogativi e abbandono fiducioso in Dio, che Maria avrà provato davanti alla “novità” del mistero che l’avvolgeva. E noi da lei apprendiamo che questo abbandono fa brillare su di noi il volto del Padre, colmandoci di benedizione e di pace.
La venerazione della Madre di Dio con il suo Figlio è più che un’esperienza spirituale. Lì, nel mistero dell’Incarnazione, c’è una “carne”, vera, materiale, nella quale Dio si è “circoscritto”. Se la contemplazione cristiana passa anche attraverso la materialità delle immagini, della musica e, soprattutto, della liturgia lo fa non per una concessione all’umana debolezza che necessita di segni, ma perché è questa la via che Dio ha scelto di percorrere per venire a noi. Non è un tema ozioso se consideriamo che la dottrina sulla presenza nell’unica persona di Cristo di due nature, da sempre provoca scandalo e crea divisione (si pensi alla crisi “ariana”). Sarà il Concilio di Efeso (431) a proclamare la fede corretta: la Vergine è “Madre di Dio” poiché nell’unica persona del Figlio che dà alla luce sussiste pienamente il Verbo di Dio, coeterno al Padre, e un uomo nella sua vera carne.
In seguito, mentre in Occidente si enfatizzerà la valenza salvifica decisiva della Pasqua, in Oriente si svilupperà una teologia per la quale già nell’Incarnazione il Figlio di Dio, assumendo in sé la natura umana, la salva liberandola dalla maledizione del peccato. Le due prospettive sono comunque complementari e resteranno quale patrimonio comune di tutta la cristianità.

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