Dopo le solennità che hanno accompagnato la ripresa del tempo ordinario, il vangelo di Matteo ci narrano la vita pubblica di Gesù. È un testo piuttosto noto e che – nel suo incipit – pare cadere proprio nel momento giusto dell’anno, quando tutti e tutte ci sentiamo un po’ «stanche e sfinite», non solo perché sta finendo un altro anno sociale, ma anche per tutti gli avvenimenti tristi che stanno capitando nel nostro mondo. Il problema segnalato da Gesù – già duemila anni fa – è che «La messe è abbondante, ma sono pochi gli operai!»: c’è molto da fare, ma pochi/e sono quelli/e che si stanno dando da fare. Per chi è stato cresciuto in ambienti cattolici, a questa frase (immediatamente e involontariamente) viene attribuito un significato più specifico: “mancano preti” … ma non dobbiamo farci schiacciare in questa lettura riduzionista: in questo mondo, così angustiato da guerre, miserie, solitudini, c’è tanto da fare e c’è bisogno di tutti/e. Non voglio, però, lasciarmi distrarre...
Nel primo giorno dell’anno, la Chiesa celebra la solennità della Madre di Dio, aurora della salvezza dell’umanità. Mentre segniamo con il calendario lo scorrere del tempo, celebriamo la “pienezza” del tempo, Gesù Cristo, «Dio da Dio, Luce da Luce, Dio vero da Dio vero, generato, non creato, della stessa sostanza del Padre». Generato dal Padre prima del tempo, fatto uomo nel tempo, perché noi «ricevessimo l’adozione a figli».
La natura umana è unita “ipostaticamente”, cioè senza confusione tra le due, alla natura divina nell’unica Persona del Figlio. Mistero incomprensibile per i superbi, donato dal Padre all’umile Vergine di Nàzaret. Maria, Madre di Gesù, è Madre di Dio. Ella ha accolto il mistero che abitava nell’umiltà e nell’obbedienza della fede, meditando e custodendo tutto nel suo cuore (Vangelo). Parole che fanno intuire sorpresa, gioia, fatica, interrogativi e abbandono fiducioso in Dio, che Maria avrà provato davanti alla “novità” del mistero che l’avvolgeva. E noi da lei apprendiamo che questo abbandono fa brillare su di noi il volto del Padre, colmandoci di benedizione e di pace.
La venerazione della Madre di Dio con il suo Figlio è più che un’esperienza spirituale. Lì, nel mistero dell’Incarnazione, c’è una “carne”, vera, materiale, nella quale Dio si è “circoscritto”. Se la contemplazione cristiana passa anche attraverso la materialità delle immagini, della musica e, soprattutto, della liturgia lo fa non per una concessione all’umana debolezza che necessita di segni, ma perché è questa la via che Dio ha scelto di percorrere per venire a noi. Non è un tema ozioso se consideriamo che la dottrina sulla presenza nell’unica persona di Cristo di due nature, da sempre provoca scandalo e crea divisione (si pensi alla crisi “ariana”). Sarà il Concilio di Efeso (431) a proclamare la fede corretta: la Vergine è “Madre di Dio” poiché nell’unica persona del Figlio che dà alla luce sussiste pienamente il Verbo di Dio, coeterno al Padre, e un uomo nella sua vera carne.
In seguito, mentre in Occidente si enfatizzerà la valenza salvifica decisiva della Pasqua, in Oriente si svilupperà una teologia per la quale già nell’Incarnazione il Figlio di Dio, assumendo in sé la natura umana, la salva liberandola dalla maledizione del peccato. Le due prospettive sono comunque complementari e resteranno quale patrimonio comune di tutta la cristianità.

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